Chi è Arteta? Ecco come cercherà di rilanciare l'Arsenal

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Se l’immensità del compito che attende Mikel Arteta all’Arsenal non fosse ancora chiara, un dato la fotografa alla perfezione.

Era dal 1983-84 che i Gunners non scartavano i pacchi dei regali di Natale nella metà destra (o inferiore a seconda di come siete abituati a guardarla) della classifica. Dodicesimi allora, undicesimi oggi.

L’allenatore basco vuole creare un nucleo di squadra coraggioso, i cui elementi si aiutino l’un l’altro. E eliminare le mele marce, quei giocatori la cui influenza negativa è deleteria.

Contro l’Everton, nell’ultima di Ljungberg, forse si è già vista la mano del trentasettenne. Largo ai giovani anche a causa dei numerosi infortuni che hanno appiedato Bellerin, Tierney, Kolasinac, Ōzil, Holding e Ceballos. Maitland-Niles e addirittura Saka sono stati schierati come esterni bassi, con Chambers in mezzo alla difesa e il trio formato da Nelson, Smith-Rowe e Martinelli dietro ad Aubameyang.

Soltanto panchina per Guendouzi, Lacazette, Mustafi e Pepé, non necessariamente tutti bocciati, ma di sicuro identificati come elementi che devono dimostrare qualcosa a livello caratteriale e tecnico al nuovo manager.

Nel Manchester City di Guardiola, Arteta faceva il trait d’union tra il management e i giocatori, in particolare i più giovani. Per indicare loro quali fossero le aree di miglioramento, ma anche per ribadire la fiducia della società nelle loro qualità. All’Arsenal c’è bisogno di dare le linee guida in maniera chiara, ferrea, ma anche di rincuorare teenagers e ventenni sballottati dai continui cambi di rotta.

Usare insomma in maniera creativa bastone e carota. E soprattutto spiegare con concetti semplici e stringati.

Nella conferenza stampa di presentazione, il nativo di San Sebastian ha colpito per la sua capacità oratoria, l’abilità nel far passare il suo pensiero in maniera diretta, la bravura nell’andare dritto al punto fondamentale. Una differenza abissale rispetto all’era Emery, spesso confusa e farraginosa, anche per via di una padronanza non adeguata dell’inglese.

Uno dei punti di riferimento fondamentali per Arteta è Guardiola. “Quando arrivò al City radunò l’intero gruppo e in quindici minuti spiegò come la squadra avrebbe giocato. Chiaro, lineare e inequivocabile. E non ci sarebbe stato modo di tornare indietro”, ricorda il nuovo tecnico dei Gunners nel libro Pep’s City: the making of a Superteam.

L’altro modello che riallaccia Arteta al suo passato in biancorosso è Arsene Wenger: fu proprio l’alsaziano a volere il centrocampista tra i londinesi. Presentato a fine agosto 2011, nel giro di cinque mesi lo spagnolo indossava già la fascia da capitano. E negli ultimi mesi della sua carriera da calciatore, i suoi compagni lo apostrofavano, tra il serio e il faceto, come coach.

Certo, una cosa è essere allenatore in pectore, un’altra è sedersi per davvero sulla panchina di una delle formazioni più titolate d’Inghilterra.

“Darò ogni goccia di sangue per questo club”, è la promessa di Arteta. Il primo prelievo è previsto a Bournemouth il pomeriggio di Santo Stefano.

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